CHI SONO

Sono malato di moto.

Mi piacciono tutte ma preferisco quelle che hanno sacrificato qualche orpello originale o la conformità alle norme del codice della strada sull'altare dell'edonismo per l'esaltazione dell'ego del loro possessore. Moto mutilate? Non proprio.
Preferisco immaginarle, che Dio mi perdoni l'eresia, come le sculture che Michelangelo immaginava intrappolate nei blocchi di marmo. Moto liberate da quanto imposto dai diktat degli studi di marketing, dal politically correct, dalle normative ambientali, dalle regole imposte dai burocrati. Moto scostumate, irriverenti, esibizioniste, visionarie ma vere vive e pulsanti.
E senza fare distinzioni tra custom, bobber, streetfighter, racer replica ecc. ho voluto creare uno spazio virtuale in cui incontrarsi, confrontarsi, scambiarsi opinioni e sul quale proporre le proprie creazioni. Quache paludato bacchettone resterà inorridito ma ritengo che ogni prodotto dell'ingegno umano sia Cultura. Inviatemi le foto delle vostre creature e un commento sull'iter mentale e operativo che ha condotto all'evento.
Da me l'ingresso è libero.

Qualcosa su cafè sport



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mercoledì 4 giugno 2014

Honda 500 Four “Nostalgia 70” by Willi Alonzi

Le Honda Four, quando vennero immesse sul mercato, scatenarono le velleità velocistiche degli smanettoni dell’epoca.
Con la produzione interna limitata al massimo alle bicilindriche  quei gioiellini a quattro cilindri incastonati nei telai fecero sentire tutti un po’ Agostini.
Peccato però che quelle moto fossero state pensate e prodotte per il  mercato americano e che quindi sospensioni e assetto non erano esattamente confacenti a una guida sportiva.
Se si voleva spremere tutta la cavalleria e contrastare la fatale attrazione che inline four giapponesi mostravano in curva per i guard rail bisognava intervenire pesantemente su questi reparti.
E così forcelle, ammortizzatori, manubri, pedane, selloni e quei bellissimi quattro scarichi separati presero presto la via del bidone della spazzatura.
E’ con questa filosofia che Willi Alonzi ha affrontato il compito, a metà strada tra restauro e caferizzazione, di dare nuova vita a una 500 Four piuttosto malmessa.


La moto è stata smontata completamente, il telaio sabbiato e riverniciato, il serbatoio e i fianchetti hanno ricevuto le decal e i colori originali , i parafanghi lucidati.

Il restauro si ferma qui; tutto il resto è Cafè.
Le sospensioni anteriore e posteriore sono di derivazione Moto Guzzi: forcella Paioli davanti e Koni a doppia regolazione dietro.
Ottima scelta.
Le Guzzi avevano sì soltanto due cilindri ma quando c’era da marciare forte erano dei siluri stabili e precisi sia sul dritto che in curva.
Ovviamente nessuno di voi si è accorto che il mio cuore batte bicilindrico trasversale a 90°, vero?
Sempre da una Guzzi provengono le pinze anteriori Brembo che, mediante adattatori in alluminio, agiscono su dischi Kawasaki da 300.
I cerchi, entrambi da 18”, sono Borrani in alluminio mentre i mozzi sono quelli factory.
Dai favolosi ’70 arrivano anche i semimanubri, la strepitosa Giuliari a un posto e mezzo prodotta all’epoca espressamente per la Honda 500 Four e il 4 in 1 Marving.
Le pedane arretrate e relative piastre sono state realizzate dallo stesso Willi.
Il motore ha ricevuto una cura ricostituente a livello di valvole e cammes, i carburatori sono quelli del Kawa 900 e aspirano l’aria attraverso cornetti tipo K&N.
La strumentazione è stata ridotta al solo contagiri e non c’è traccia degli indicatori di direzione.




La moto, a mio avviso, non scimmiotta le special anni ’70 ma vuole regalare un piacere di guida che l’orgia di cavalli e le diavolerie elettroniche delle sportive attuali ci hanno fatto dimenticare.

Del resto il mio motto è sempre lo stesso: it’s more fun to ride a slow bike fast than to ride a fast bike slow.

domenica 15 dicembre 2013

MATCHLESS G50



Aver ammirato la Matchless G50 di Gianni Perrone al Mancini day mi ha fatto venir voglia di scrivere qualcosa su questa motocicletta.
La G50 andò a sostituire la bicilindrica G45 - moto potentissima ma grossa, massiccia, scorbutica, con un ridottissimo arco di erogazione della potenza massima e fragile soprattutto a livello di valvole.
La G50 era in pratica una versione maggiorata della AJS 7R “Boy racer” da 350 cc; ne mutuava la ciclistica  e l’architettura del motore: monocilindrico verticale a singolo albero a camme in testa comandato da catena duplex, due valvole per cilindro comandate da bilancieri, cambio separato a quattro rapporti costruito dalla stessa AMC, lubrificazione  a carter secco con serbatoio dell’olio separato.
Al contrario della Norton che poteva vantare su un nutritissimo reparto corse alla Matchless si operava in grosse ristrettezze e il motore della G50 è dovuto essenzialmente al genio del tecnico Jack Williams e del capo meccanico Jim Boughen.


Nella versione del 1958 la moto erogava 47 Cv a 7000 giri ma già l’anno successivo grazie all’adozione del carburatore Amal GP da 38 mm della Gold Star  (al posto di quello da 32 mm), all’allargamento dei condotti di aspirazione e alla conseguente maggiorazione della valvola di aspirazione la G50 disponeva di 52 Cv a 7200 giri/min.
Il propulsore della G50 è immediatamente riconoscibile per la cartella laterale che contiene la catena di distribuzione e il treno di ingranaggi che comanda il magnete di accensione.
Nel 1961 la cartella venne modificata nella parte inferiore per far piegare il tubo di scarico con un angolo più accentuato in modo da permettere di posizionare più indietro il corto trombone dotato di controcono senza aumentare la lunghezza del tubo di scarico.


Venne migliorata anche la guidabilità riducendo l’avancorsa e caricando quindi più peso sull’avantreno.



La G50 non perdeva olio come la Manx, era leggera, maneggevole, più economica (430 sterline contro le 496 della Manx) e più facile da mettere a punto della rivale Norton e presto soppiantò quasi del tutto quest’ultima sulle griglie di partenza.
Il telaio era un doppia culla inferiore con singolo tubo superiore che partiva da sotto la sella e si collegava al cannotto di sterzo; il perno del forcellone era posizionato all’interno della culla e immediatamente dietro la scatola del cambio.
Questa configurazione consentiva di contenere l’interasse mantenendo comunque una buona lunghezza del forcellone a tutto vantaggio della maneggevolezza.
Gli ammortizzatori posteriori erano i classicissimi Girling e la forcella anteriore era la nota “Teledraulic”.
Per concorrere nel campionato statunitense AMA, che ammetteva soltanto moto di cui esisteva una versione stradale, fu prodotta in piccolissima serie la G50 CSR.
Quest’ultima prevedeva il motore della G50 sulla ciclistica della bicilindrica CSR.


La G50 fu così omologata e Dick Mann vinse il campionato AMA del 1963.



La G50 fu prodotta in 180 esemplari dal 1958 al 1963 ma Colin Seeley acquista i diritti di Riproduzione e tutto il materiale G50 e 7R e continua la produzione delle moto dotandole però di un telaio di propria concezione.
Le G50 continueranno così a correre e essere competitive fino all’inizio degli anni 70 e ancora nel 1973 Peter Williams conduce una G50 al secondo posto del Tourist Trophy.
Il motore della G50, oltre che da Seeley, fu utilizzato per moto da competizione da Tom Arter, Colin Lyster e Bob McIntyre; con quest’ultima corse anche Jack Findlay.
Matchless G50 Colin Lyster
Matchless G50 Tom Arter
Matchless G50 Colin Seeley
Jack Findlay su Matchless G50 McIntyre
 
Caratteristiche:

Motore: Monocilindrico verticale raffreddato a aria SOHC
Cilindrata: 496cc
Alesaggio per corsa : 90mm x 78mm
Compressione: 11:1
Carburatore: AMAL GP 38 mm
Potenza: 51Cv  a7 200 giri
Transmissione: cambio AMC a 4 rapporti e frizione multidisco
Freni:  Tamburo; anteriore a doppia camma  e posteriore a camma singola
Ruote: anteriore: 3.00x19; posteriore 3.25x19
Accensione: Magnete Lucas
Impianto elettrico : 6 volt

Forcella: Telescopica “Teledraulic”
Sospensione posteriore: Forcellone oscillante
Ammortizzatori posteriori: Girling
Altezza sella: 787 mm
Interasse: 1403 mm
Peso: 150 Kg
Velocità massima: 217 Km/h