CHI SONO

Sono malato di moto.

Mi piacciono tutte ma preferisco quelle che hanno sacrificato qualche orpello originale o la conformità alle norme del codice della strada sull'altare dell'edonismo per l'esaltazione dell'ego del loro possessore. Moto mutilate? Non proprio.
Preferisco immaginarle, che Dio mi perdoni l'eresia, come le sculture che Michelangelo immaginava intrappolate nei blocchi di marmo. Moto liberate da quanto imposto dai diktat degli studi di marketing, dal politically correct, dalle normative ambientali, dalle regole imposte dai burocrati. Moto scostumate, irriverenti, esibizioniste, visionarie ma vere vive e pulsanti.
E senza fare distinzioni tra custom, bobber, streetfighter, racer replica ecc. ho voluto creare uno spazio virtuale in cui incontrarsi, confrontarsi, scambiarsi opinioni e sul quale proporre le proprie creazioni. Quache paludato bacchettone resterà inorridito ma ritengo che ogni prodotto dell'ingegno umano sia Cultura. Inviatemi le foto delle vostre creature e un commento sull'iter mentale e operativo che ha condotto all'evento.
Da me l'ingresso è libero.

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martedì 3 gennaio 2012

Vigilia di Natale 2011. Ultima corsetta dell'anno

Stamattina il tempo è splendido anche se le previsioni meteo prevedono un rapido peggioramento delle condizioni nel corso della stessa mattinata.
Mentre scendo a studio passo davanti alla VFR ferma sul cavalleto.
Mi guarda speranzosa e sembra dirmi: Con questo tempo non mi porti a fare un giretto? Ho le sospensioni anchilosate, le gomme fredde e ho bisogno di un po' di benzina fresca negli iniettori.
Sono un vecchio cerbero ma non so resistere alle richieste di una bella motoretta.
La porto in giardino, le do una bella spolverata e una gonfiatina alle gomme, le titillo il pulsante d'accensione e lei si mette in moto immediatamente e inizia ronfare sorniona come un gatto.
Mentre si scalda mi preparo anche io, metto il sottotuta termico, la giacca invernale e il vecchio casco nero dall'ottima tenuta all'aria.
C'è il sole ma la temperatura è rigida.
Ho previsto un percorso breve, un'oretta al massimo.
Si parte.
la gente che incontro mi guarda strano.
Perchè 'sto tipo se ne va a spasso in moto invece di essere indaffarato negli acquisti e sguscia via invece di accodarsi alle "sardomobili" nel canonico e rituale ingorgo natalizio?
Domande oziose.
Filo via verso la Valcomino con la Honda che, grata, pennella precisa e leggera le traiettorie.
Prima tappa al "selvaggio borgo natio"; sono legato al mio paesino natale da poco più di mille anime anche se abito altrove da decenni.
Percorro spedito le curve  e i tornanti che conducono al lago di Posta Fibreno, un posto magico che fa bene all'anima.
Mi godo la pace e il silenzio per qualche decina di minuti mentre il tempo rapidamente e puntualmente volge al brutto prima di risalire in moto diretto verso casa mentre già cadono le prime gocce di pioggia.
Per quest'anno è andata.
Arriverderci nel 2012.



martedì 1 novembre 2011

Gaeta, Sperlonga e Fondi - Itinerario del 1 Novembre 2011

Itinerario del 1 Novembre 2011
Quest’anno il tempo è stato clemente; siamo al primo di Novembre e ancora permette di fare una gita in moto in tutta tranquillità ache se, con ogni probabilità, sarà l’ultima prima del lungo inverno.

Stavolta esco da solo, ho smontato l’utile ma orribile bauletto e messo su l’unghia coprisella.
Per una volta la VFR sarà rigorosamente e anche esteticamente in assetto da combattimento.
La temperatura è gradevole ma andare verso i monti magari è un po’ azzardato; meglio verso il mare.
Meta: Gaeta.
Ho voglia di curve.
Per qualche mese resterò a digiuno e oggi voglio abbuffarmi.
Mi avvio di buon passo verso la Val di Comino e il Selvaggio Borgo Natio, Fontechiari.
Lo supero senza fermarmi, voglio percorrere il Tracciolino, la strada che costeggiando le Gole del Melfa, unisce Roccasecca a Casalvieri; la via più rapida per passare dalla Val di Comino alla Valle del Liri.

Il "Tracciolino"
La strada fu realizzata durante la seconda guerra mondiale per rifornire il fronte di Cassino e praticamente non ha rettilinei.
Trecentoquarantotto curve in poco più di dodici chilometri.
È stretta, teoricamente chiusa al traffico e con un fondo in condizioni scadenti ma il paesaggio è maestoso e di una bellezza selvaggia.
Un toccasana per lo spirito.
Da Roccasecca prendo la strada che porta verso il mare passando per San Giovanni Incarico e Pico.
La strada è sinuosa, larga e con un ottimo fondo.
Ci sarebbe da divertirsi se il traffico permettesse di aprire la manetta, in pratica non c’è passo carrabile, incrocio o confluenza da dove non sbuchi qualcuno non sempre rispettoso delle precedenze.
Vado via allegro ma assolutamente vigile e pronto a effettuare manovre di emergenza.
Passato il bivio per Lenola la strada si arrampica tortuosa verso i 700 metri circa del Monte Fusco con in cima il Santuario della Civita.

Da Lenola Verso il Monte Fusco
Qui non ci sono incroci e si può aprire il gas senza patemi.
Lampeggi nervosi nello specchietto; immediatamente dopo una coppia di motociclisti, uno con una Varadero e l’altro con una MV Brutale, mi fanno il pelo.
OK, se volete la guerra….scalo due marce e mi metto in caccia.
La Varadero la infilo alla prima staccata ma la Brutale è tutt’altra storia.
La VFR è un ottimo compromesso tra una sportiva e una tourer ma la MV è stata pensata e costruita per il misto stretto; riesco a tallonarla abbastanza da vicino ma di passarla non se ne parla nemmeno.
In inserimento riesco a starle alla ruota ma da metà curva in poi va via con una fluidità e una progressione disarmanti.
Troppa la differenza di cavalli e di ciclistica e il tizio che la guida sa il fatto suo.
Comunque non sfiguro, il massimo distacco sarà stato un centinaio di metri.
Arriviamo in cima in un baleno; della Varadero si è persa ogni traccia.
Mi fermo al Santuario; è il giorno di Ognissanti e almeno un Pater, Ave e Gloria va recitato.
La chiesa invita al raccoglimento e prego con tutto il cuore.
Torno sulla terrazza prospiciente la chiesa; peccato che la giornata non sia limpida altrimenti sarebbe stato possibile vedere Ischia da una parte e il Circeo dall’altra.

Dal Santuario della Madonna della Civita
Anche così però il panorama è da mozzare il fiato.
Mentre torno sulla statale, in uscita di curva, trovo del ghiaietto sulla carreggiata e la moto si intraversa; la tengo su ma la manovra d’emergenza mi provoca una fitta terribile al pollice e al polso destro.
Mi fermo e aspetto che il dolore si calmi sperando che la cosa non mi rovini la giornata.
Appena il dolore diventa tollerabile inizio a scendere verso Itri godendomi il panorama, lasciando correre la moto e smaltendo l’adrenalina dell’ ingarellamento e della sbandatona.

Itri
Da Itri a Gaeta c’è pochissima strada da fare però a velocità rigorosamente codice; ci sono autovelox dappertutto.
Gaeta è come sempre bellissima.
Parcheggio la moto e passeggio godendomi il mare e il tepore del sole.
Una sigaretta ci starebbe alla grande ma ho smesso di fumare… a volte essere virtuosi è molto faticoso; mi accontento di un caffè ma il vizio in questo momento mi manca.

Gaeta - La Rocca

Gaeta - Il Porto


Gaeta - Svorcio verso Sperlonga
Prendo di nuovo la VFR e salgo verso la Montagna Spaccata e la Grotta del Turco ma non è orario di visite e allora via verso Sperlonga.
Non voglio perdere tempo in un ristorante per cui mi accontento di un pessimo e untissimo panino con salsiccia e broccoletti comprato da un paninaro parcheggiato su una piazzola sul mare.
Finalmente Sperlonga.

Sperlonga
Questo paese arroccato sul promontorio con i suoi vicoli, le scale, gli scorci improvvisi sul mare azzurrissimo, i muri verniciati di bianco e colori pastello da sempre mi mette in pace con me stesso.

Sperlonga

Sperlonga - La spiaggia

Sperlonga - scorcio con bouganvillea

Me lo godo bighellonando su e giù per le stradine per una buona mezzora.
Ho letto da qualche parte che Fondi, un paesone vicino Sperlonga, ha un quartiere ebraico detto “La Giudea”.
Ho appena visitato il ghetto di Praga e l’idea di visitarne un altro mi stuzzica.
Il quartiere ebraico, mai definito ghetto dagli abitanti, si distingue dal resto del centro storico per tipologia edilizia e concentrazione abitativa ma mancano del tutto i riferimenti alla religione ebraica.
Neanche la “Casa degli spiriti”, la vecchia sinagoga, in Piazza dell’Olmo Perino solletica più di tanto la mia fantasia.

Fondi - Ingresso alla Giudea
Tuttavia vale assolutamente la pena di visitarlo; c’è atmosfera.
E’ ora di avviarsi verso casa, con l’ora solare fa buio prestissimo e con il calare del sole la temperatura si abbassa sensibilmente.
Mi avvio senza forzare, la stanchezza comincia a farsi sentire e il dolore al pollice si sta riacutizzando.
Da Lenola prendo verso Vallecorsa, i primi chilometri con la strada che si arrampica a picco sul mare sono uno spettacolo da non perdere.
Peccato per la foschia che oggi non è mai completamente scomparsa.
La strada fino a Castro dei Volsci è un misto veloce assai intrigante con fondo discreto; se il polso non mi facesse male sarebbe da fare belli sparati e invece mi limito a un allegretto con brio.
Il resto del percorso di rientro è senza storia.
Come prevsito sta facendo buio e inizia a far freddo.
Una giornata piacevolissima strappata all’autunno.

martedì 18 ottobre 2011

A Praga senza moto

Per una volta voglio parlare di un viaggio in cui la moto brilla per la sua assenza.
Questo è un blog, un luogo virtuale di incontro e di scambio per cui anche una esperienza di viaggio senza la amata due ruote ci sta.
Se a qualcuno non piace...beh, ci sono altri centoquindici post su Cafe Sport e l'unico imbarazzo è quello della scelta.
OK, inizio.

Voglio fare una premessa: non sono un “viaggiatore”.

Sono un pigro, non mi piace volare, amo le piccole comodità di casa mia e le mie ritualità, detesto fare le valige e ancora di più disfarle, aborro la promiscuità dei mezzi pubblici e i pessimi caffè delle stazioni e degli aeroporti.
Preferisco muovermi in macchina o meglio ancora in moto.
Ma di questo viaggio a Praga voluto e  organizzato dalla mia personale Zavorrina per il mio compleanno voglio parlarne anche per ringraziarla con tutto il mio affetto.
Praga era nei miei desideri che, come tutti i desideri che comportano più di quarantotto ore di lontananza dal mio ambiente, sarebbe con ogni probabilità rimasta desiderio.
Giustappunto.
Non è mia intenzione fare un classico report di viaggio; a me interessano le sensazioni, le emozioni, le percezioni che arrivano quando si svuota la mente, quando si elimina il filtro della razionalità.


Praga.
Stavo uscendo dalla fanciullezza e iniziando a interessarmi del mondo esterno quando la Primavera di Dubcek fu spazzata via dai tanks sovietici.
Da quelle immagini in bianco e nero trasmesse dai telegiornali è discesa in massima parte la mia idiosincrasia per le dittature di qualsiasi colore e genere.
Jan Palack è stato e in parte ancora è uno dei miei punti di riferimento.
Il suo gesto accese la mia giovanile fantasia ma il tempo mi ha insegnato che forse è più eroico combattere giorno per giorno, con o senza il fucile.
L’Eroe giovane e bello della Locomotiva di Guccini troppo spesso finisce in una vampata.
Fatemi passare l’orribile battutaccia.
Da studente avevo in camera un poster con una rondine morta e la scritta “Primavera di Praga”.
Non so che fine abbia fatto e benchè abbia cercato a lungo non sono più riuscito a trovarne uno uguale.
Peccato.


Crescendo i miei interessi si sono diversificati e altre presenze si sono affacciate sul palcoscenico della mia Praga mentale: il Golem, Franz Kafka e il Dottor Faust.
Per inciso una piccola curiosità legata al Golem: la parola "robot" è ceca e significa lavoratore.
Sono assolutamente convinto che le leggende abbiano bisogno per nascere di un ambiente fisico e culturale propizio e che lo stesso ambiente influenzi la vena narrativa di molti scrittori.
E così come cercai di capire ad Agrigento quanto e come l’ambiente avesse contribuito alla genesi del genio di Pirandello così ho sperato di trovare dove e come in Praga si sia creato l’humus per la nascita di tali leggende e per tali opere.
Leggende e opere estreme, di vita e di morte: la vita non vita del Golem, l’incompiutezza e l’angoscia esistenziale delle opere di Kafka ( identificata con Gregor Samsa, l’uomo insetto ), il pezzo in più di vita barattato con una orribile morte da Johann Faust, il già citato sacrificio di Jan Palack.
Non ci sono riuscito.
Mi sono trovato in una città bella ed armonica con una architettura che mescola il gotico al barocco all’art noveau in un insieme incredibilmente coerente e omogeneo con episodi di assoluta eccellenza.
Una città con orizzonti lontani dilatati dalle tre grandi piazze a dall’ampio alveo della Moldava.
Una città che cerca di diventare moderna a tappe forzate dopo gli anni bui del socialismo reale.
Proprio alcuni giorni fa parlavo con mia figlia di arte e bellezza; di quanto la comunione con esse possa migliorare gli uomini e farli tendere alla libertà.
A Praga arte e bellezza fanno parte del quotidiano.
Forse per questo i sovietici non sono mai riusciti del tutto a ottundere il desiderio di libertà dei Cechi.
Praga è anche la città della musica, la capitale centroeuropea del jazz e del blues.
Si suona un po’ dappertutto; sul Ponte Carlo si alternano gruppi che fanno del buon dixieland e del blues non troppo contaminato, i locali dove si suona e si beve dell’ottima birra non si contano, i teatri hanno dei programmi eccellenti.
I prossimi giorni si esibirà Carreras, tanto per fare un esempio.
Ci è capitato di andare all’Ungelt Jazz & Blues Club  dove si esibiva un gruppo davvero buono.
Mezzo litro di birra e dell’ottimo blues per poco più di una quindicina di euro a cranio sono un buon affare.
Solo dopo ho scoperto che si trattava di Lubos Andrst (salto a pie’ pari la grande varietà di accenti della lingua ceca) e della sua Blues Band.


Il buon Lubos ha suonato con gente come King e Gillespie e scusate se è poco.
Eppure qualcosa non mi ha convinto.
Forse è stato lo stridente contrasto tra l’abbigliamento e l’atteggiamento delle donne che fanno la spesa e quello delle belle ed eleganti (secondo il loro standard) ragazze dirette al centro.
Le si incontra sui tram che chiacchierano fitto al cellulare e poi di loro in città si perde ogni traccia.
Ho letto da qualche parte che la prostituzione nella zona di Piazza San Venceslao è attività molto praticata.
Sarò uno che pensa a male?
Sì, forse.
Però il vecchio Zio Giulio ci ha insegnato che a pensar male si fa peccato ma …
Lo stesso stridente contrasto che c’è tra gli uomini con lo sguardo indecifrabile in giaccone di pelle e berretto alla Lenin e quelli in completo scuro e cranio rasato a bordo di fiammanti Mercedes e BMW.
Perfetti esemplari della nuova razza padrona, o presunta tale, uguali in tutto il mondo.
Voglio sperare per Praga e per i Cechi che i postumi del socialismo sovietico non facciano più danni del socialismo medesimo.
Ma Praga è una città magica, fondata da una strega che operava i suoi sortilegi sulla soglia di casa, “prah” in ceco, e credo possa operare la magia di salvare l’identità di un popolo.



Non ho incontrato moto a Praga se si escludono un paio di Ducati e una R1 però sono incappato in questi due derivati del Maggiolino VolksWagen.
Mostruosi.





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martedì 13 settembre 2011

Week end 10 e 11 Settembre 2011 - Lazio, Marche e Abruzzo


Itinerario
OK, ci risiamo.

Il caldo asfissiante di questi ultimi quaranta giorni sembra aver allentato un attimo la sua morsa.
Si può pensare finalmente di fare un giro un tantino più lungo della solita corsetta senza storia fino al passo.
Andare in giro in moto su strade aperte con 38 gradi all’ombra (è stato lo standard per molte settimane) è follia pura.
Ci punse vaghezza, due settimane orsono, di andare a mangiare della porchetta a Grottaferrata, confortati dalle previsioni di Giuliacci che decretavano la fine del gran caldo e mal ce ne incorse; il ritorno a casa sotto un sole feroce con il termometro della Honda che oscillava tra i 38 e i 40 gradi fu esperienza da dimenticare.
Anzi no, da ricordare.
Ricordare per imparare a non fidarsi dei telemetereologi.
Mi è capitato l’altro giorno, dopo aver sostenuto il test di ammissione alle facoltà sanitarie (ho deciso di sostenerlo in preda a un attacco acuto di demenza senile), di percorrere in auto la statale che collega L’Aquila a Rieti attraversando le Gole di Antrodoco e di rimanerne affascinato.
Un nastro di asfalto perfetto con larghi curvoni d’appoggio e qualche tornantino impegnativo tra scenari di impervia bellezza.
Perfetto per la moto e per lo spirito.
Ok, andata per questo itinerario.
Decidiamo di fare due tappe: la prima da Sora a L’Aquila nel pomeriggio di sabato e proseguimento per Rieti la domenica mattina con successiva sosta rilassante al lago del Salto.
Partiamo da Sora e percorriamo la SSV fino ad Avezzano in meno di mezzora.
Abbiamo tempo da perdere e decidiamo di evitare l’autostrada e di raggiungere L’Aquila attraversando l’Altipiano delle Rocche.
Da Avezzano a Celano c’è traffico, quello caotico e un po’ folle del sabato pomeriggio; vado avanti con prudenza, basta un nonnulla per trasformare in qualcosa da dimenticare una piacevole passeggiata.

La Rocca di Celano
Ci lasciamo alle spalle Celano con la sua splendida rocca e cominciamo ad arrampicarci verso Ovindoli.
La strada è tortuosa, poco trafficata e con un ottimo fondo.
Apro il gas con decisione ma un “pugno al fegato” sferrato dalla Zavorrina frena decisamente la rotazione del polso destro.
Vado su allegro ma non veloce come mi piacerebbe; vabbè, pazienza.

Panorama di Ovindoli
 Da Ovindoli in poi la strada si distende con curve leggere e panorami ampi.
Il sole è già tramontato e si avverte il presagio dell’ora blu.
Rallento affascinato dal paesaggio e mi godo il panorama e soprattutto gli odori che, da quando ho smesso di fumare, colgo in maniera quasi violenta.
Odori di terra, di erba, di...buono.
A Rocca di Mezzo si devia per l’Aquila; la strada è tortuosa e con fondo irregolare.
Vado giù senza fretta eccessiva preoccupato da un rumorino che sento provenire in fase di rilascio dalla parte bassa della moto.
All’Aquila sono ospite a casa di mia figlia, studentessa in quella città, la abbraccio, ci rinfreschiamo un po’ e ovviamente la invito a cena.
Facciamo un giro per il centro; non avevo più voluto andarci dopo il terremoto.
Mia figlia era lì durante il sisma e la paura di quello che avrebbe potuto succedere ancora riempie di incubi le mie notti.
Il centro è affollato in maniera incredibile, si fa fatica a camminare.
Gente che passeggia, canta, balla…a due passi dalla desolazione.
Gli aquilani vogliono vivere e riappropriarsi della città, della loro memoria storica e ne hanno il pieno diritto.
Da tecnico osservo le opere di messa in sicurezza degli edifici e mi meraviglio del lavoro fatto.
E’…grande.

Opere provvisionali di messa in sicurezza

Opere provvisionali di messa in sicurezza
Sono stati messi in sicurezza edifici che io avrei destinato alla demolizione senza se e senza ma.
Mi tornano in mente gli scopi e le prassi per il consolidamento statico dei monumenti studiati per l’esame di restauro.
Qui ogni edificio è un caso a parte che necessita singolarmente di uno studio particolareggiato e di una progettazione accurata.
Sono felice di non essere tra quelli che dovranno inventarsi delle metodologie di intervento tese a salvaguardare gli edifici e l’incolumità delle maestranze che vi dovranno operare.
Non ci dovranno essere errori; sbagliare significa perdere l'edificio o delle vite umane.
Passiamo la notte ospiti della Ragazza e il mattino di domenica siamo pronti a ripartire.
Facciamo un giro veloce per il centro, voglio fotografare le opere di messa in sicurezza e poi ci avviamo al trotto verso le Gole di Antrodoco.

Domenica mattina presto a l'Aquila
La strada è come la ricordavo: semplicemente perfetta.
C’è soltanto da stare attenti a un paio di autovelox del tipo “Tutor” non segnalati e posti ovviamente all’uscita di curva.
Per fortuna li avevo memorizzati passando in auto.

Le Gole di Antrodoco
La VFR, ronfa che è un piacere piegando tra una curva e l’altra; una giornata iniziata bene.
Arrivati a Antrodoco c’è la deviazione per Ascoli Piceno; freno e chiedo alla Zavorrina se le va di cambiare destinazione e di dirigerci verso le Marche.
Ovviamente accetta di buon grado, mai conosciuta una donna tanto disponibile ai cambi di itinerario.
E così via verso Ascoli per una strada piacevolmente tortuosa e poco impegnativa; in successione il lago di Campotosto, Amatrice, Posta e infine Ascoli.

Il lago di Campotosto

Sulla strada per Ascoli
Il centro storico della cittadina marchigiana è come lo ricordavo: una bomboniera.
Pulito, accogliente, sonnolento al punto giusto, dai ritmi “umani” e pieno di scorci suggestivi.
Parcheggiamo la moto e passeggiamo piluccando un cartoccio di, of course, olive all’ascolana.
Il centro è piccolo e non ci vuole molto a visitarlo tutto.

Ascoli 1

Ascoli 2
È da un po’ che ho voglia di visitare la fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo di resistenza dell’esercito delle Due Sicilie dopo la caduta di Gaeta e di Messina.
Tremilanovecento piemontesi con artiglieria ultramoderna assediarono la fortezza tra l'Ottobre 1860 e il marzo 1861.
Alla resa, richiesta espressamente per iscritto da Ferdinando di Borbone, si contarono 291 sopravvissuti tra truppa e ufficiali.
La capitolazione di Civitella fu l’ultimo atto della occupazione di uno Stato sovrano voluta dalla massoneria anglo/sabaudo/livornese per l’acquisizione delle ricchezze, delle tecnologie e delle risorse del Regno Duosiciliano.

Si riparte da Ascoli
La strada per la fortezza è decisamente brutta, oltretutto sbaglio deviazione e prendo per una strada chiusa al traffico dove costringo la VFR a fare un po’ di cross, ma vale la pena di percorrerla.

La Fortezza di Civitella del Tronto dal basso
Alla fortezza si accede con delle lunghissime scale mobili e scarpinando parecchio.
La vista toglie il fiato con il Gran Sasso da una parte e l’Adriatico dall’altra.

Fortificazione esterna

Alla memoria
Molto opportunamente insieme alla bandiera europea e a quella italiana hanno issato, anche se un po’ discosta, quella gigliata del Regno.

La bandiera del Regno delle Due Sicilie a Civitella del Tronto
Risaliamo in moto e ci avviamo verso Teramo per una strada improponibile che percorriamo molto lentamente.
Oltretutto il rumorino che sentivo è diventato molto più evidente e ne individuo la provenienza: la catena è diventata lasca e batte contro il pattino in tecnopolimero posto sul forcellone.
Non c’è verso di tendere la catena senza la speciale chiave dentata che agisce sull’eccentrico del cuscinetto del monobraccio e quindi bisogna andare avanti così sperando per il meglio.
Come Dio vuole imbocchiamo l’autostrada e a velocità meno che codice e dosando millimetricamente l’acceleratore per evitare strappi alla trasmissione raggiungiamo Avezzano e poi Sora.
Duecentotrenta chilometri fatti d’un fiato con la tensione per l’inconveniente meccanico sono decisamente pesanti da percorrere.
La prima cosa che faccio appena arrivato, ancor prima di una doccia ristoratrice, è quella di tendere quella maledettissima catena che ha rischiato di rovinarmi un bellissimo week end.

Link correlati:

http://www.youtube.com/watch?v=1qwA5OnPros&feature=related

http://archiviostorico.corriere.it/2004/ottobre/06/Quelle_curve_nel_canyon_delle_co_10_041006030.shtml

giovedì 26 maggio 2011

Domenica 22 Maggio 2011 – Gita Ciociara

Il percorso
Doveri iniziare il post come iniziai quello dei primi di Giugno dello scorso anno:...e piove ancora.
Cioè, non piove ancora ma le previsioni non sono assolutamente rassicuranti.
OK, niente Campo Imperatore; mi dovrò accontentare di un giretto qui intorno.
Strade con le curve giuste non mancano di sicuro in Ciociaria.
Questa volta ho a bordo la “Zavorrina” che ancora non conosce molte cose di questa terra.
Breve tratto veloce sulla superstrada Sora-Frosinone; quattro corsie con un fondo discreto, niente autovelox, solo qualche minuto per il bivio di Veroli.

Veroli - Scorcio
Una decina di chilometri di curve larghe e veloci e si arriva in paese.
Veroli è un comune molto esteso ma il centro storico è piccolo e affascinante di impianto medievale – come del resto tutti i paesi qui intorno – ricco di scorci suggestivi e con una vista stupenda che si apre ai quattro punti cardinali sulle valli sottostanti.
Parcheggiamo e facciamo quattro piacevolissimi passi, c'è la locandina di un prossimo concerto di Eugenio Bennato che non mancherò di sicuro.
Risaliamo in moto e ci avviamo alla volta della Certosa di Trisulti; la strada è un percorso tortuoso e molto tecnico con un buon fondo.
Peccato che in alcuni punti ci sia del ghiaietto e che la carreggiata sia davvero stretta.
Guai a sbagliare una traiettoria.
Mi trattengo e mantengo una andatura leggermente frizzante...tipo “Ferrarelle”.
Piacevole ma non esagerata.

La Certosa di Trisulti provenendo da Guarcino
La Certosa Cistercense di Trisulti è da non perdere; boschi, silenzio, una buona architettura, giardini incantevoli e una “farmacia” storica che è un incanto.

Certosa di Trisulti - Farmacia storica
Certoa di Trisulti - I giardini











Ci attardiamo senza fretta e abbiamo anche l'occasione di ascoltare un pezzo di sermone di un frate che per chiarire i concetti più ostici usa con naturalezza il dialetto.
La mia fede ha la stessa fermezza della moralità di una vecchia battona ma con predicatori del genere potrei riprendere l'abitudine alla messa domenicale.
Purtroppo il mio parroco, comunicativo quanto un sasso, è depositario di ogni verità che elargisce con sufficienza.
Peccato.
Una volta ritemprato lo spirito anche il corpo, lo stomaco in particolare, reclama i suoi diritti.
Collepardo, grazioso paesino, è lontano solo un paio di chilometri qualcosa troveremo.
La prima trattoria che troviamo in centro è “La Casareccia”, parcheggiamo e entriamo.
Troviamo cordialità, una miriade di antipasti tra cui dei fagioli con le cotiche a cui mancava la parola e un piatto di delicatissime fettuccine speck e rucola.
Il conto è onesto con tanto di ricevuta fiscale.
Consigliata.
Prossima tappa gli Altipiani di Arcinazzo.
La strada è perfetta; larga, fondo buono, traffico scarso, curve per tutti i gusti.
Divertimento a gogò.
Apro un po' di più il gas e lascio che la Honda pennelli delle traiettorie veloci.
Tutti i divertimenti però durano poco.
Uno scroscio di pioggia ci sorprende all'improvviso e ci costringe a ripararci sotto degli alberi con il rischio di beccarci una saetta.
Appena smette raggiungiamo gli Altipiani pian pianino sulla strada bagnatissima.
I nuvoloni sono tutti verso sud per cui probabilmente riusciremo a raggiungere Fiuggi senza bagnarci troppo.
Lo facciamo ad andatura da pensionato.
Da Fiuggi imbocco la 155 per Torre Cajetani, poi Alatri e infine Froinone ma dopo un paio di chilometri una pioggia battente ci obbliga a tornare verso Fiuggi.
Il tempo pare sia migliore nel fondovalle per cui ci fiondiamo sulla Anticolana fino alla Casilina.
La strada è veloce ma il divertimento ormai è svanito.
Breve tratto di Casilina fino a Ferentino dove è d'obbligo una sosta all'acropoli con i resti del tempio e il mercato romano.

Ferentino - Panorama dall'Acropoli
La pioggia non ci da la possibiltà di goderci la gita.
Sfruttiamo un attimo di tregua per raggiungere la superstrada Ferentino/Sora che percorro quasi a manetta; la conosco come le mie tasche.
Lasciando la lancetta del tachimetro oscillare intorno ai 200 impiego soltanto una decina di minuti per percorrerla.
Parcheggio la moto e si scatena l'inferno; appena in tempo.
Dura poco ma il temporale è fortissimo.
Andrà meglio la prossima volta.
Almeno lo spero.

domenica 3 aprile 2011

Domenica 3 Aprile 2011 - La Campania che non ti aspetti

Aspettavo una giornata come questa da tempo.
Tersa, calda ma non afosa, profumata di primavera.
Un giro in moto dopo la pausa invernale è d’obbligo.
Per fortuna mi sento un po’ meglio dopo che l’altro giorno la distratta Signora in Fiat Punto che mi precedeva si è prodotta in una “svolta a sinistra senza segnalazione” da manuale causando la classica caduta scivolata con relative ammaccature tra cui una dolorosissima distorsione al pollice destro.
Anche la fiancata sinistra della VFR ha dei bei graffi piuttosto vistosi.
Vabbè, capita.
Breve giro di prova; riesco a guidare senza tutore anche se ogni tanto delle fitte atroci partono dal pollice per affondare nel centro del cervello.


Per sicurezza porterò con me degli antidolorifici.
Destinazione: la zona montuosa della Campania e il Parco Regionale del Matese in particolare.
La strada a scorrimento veloce (per cortesia non ridete, l’hanno chiamata proprio così) Sora-Cassino è sempre la stessa pericolosissima arteria zeppa di automobilisti della domenica e di emuli di Schumacher.
Per fortuna è breve.

Faccio tappa a San Pietro Infine, un paesino completamente distrutto durante l’ultima guerra tanto che è stato riedificato altrove ma che ora stanno recuperando come “Parco della memoria storica”.
Ci venni anni fa quando tutto era come quando il paese venne abbandonato e ne rimasi impressionato.
Esprimeva, anzi urlava, tutta la tragedia delle popolazioni civili travolte dalla guerra.
Ora che tutto è pulito e ordinato, con tanto di lapidi commemorative e pezzi di artiglieria dell’epoca sparsi in giro, ha perso a mio avviso la sua carica emozionale.
Sembra un diorama.
Peccato.
Torno sulla Statale per Isernia.
Strada in saliscendi dall’asfalto perfetto e dalle curve ampie ma molto trafficata.
Resto nei limiti di velocità baloccandomi senza impegno tra i curvoni.
Qualche fitta al pollice mi ricorda che le mie condizioni fisiche non sono delle migliori e che non è assolutamente il caso di forzare.
Farò il turista anche se i cavalli della Honda scalpitano; per una volta le briglie resteranno belle tirate.
Non mancherà occasione per allentarle.
Un’altra volta, non oggi.
A Roccaravindola inizio a salire verso il Lago di Gallo.
La strada è tortuosa e con un fondo discreto, però è stretta e trafficata.
Mantengo strettamente la velocità codice.
Il paesaggio è tipicamente montano – sono a oltre mille metri di quota - e invernale nonostante il termometro della VFR indichi 21°.
Sicuramente sarà diverso quando i faggi avranno messo le foglie.
La strada si allarga in un percorso con curvoni tipici di un altipiano fino al Lago Matese.
Peccato che l’asfalto porti i segni tipici del gelo con crepature e ghiaietto.
Vabbè, tanto non ho intenzione di allungare il passo.
Il Lago Matese è grande e limpido e con le montagne ancora innevate che si riflettono sull’acqua.
Questa è la Campania che non ti aspetti.
Per quasi tutti la regione è soltanto la costa e la costiera e invece ce n’è un’altra completamente diversa e altrettanto affascinante.
La strada che scende verso Caserta è tortuosa al punto giusto, con un ottimo fondo ma irrimediabilmente stretta.
C'è traffico.
Forse per questo è disertata dai motociclisti: troppo pericolosa.
I SUV che salgono ( ma si saranno radunati su questa strada tutti i SUV della Campania? ) lasciano giusto lo spazio necessario.
Un errore piccolo in uscita di curva significa stamparsi irrimediabilmente contro uno di quei mostri.
Azzardo qualche piega solo quando ho la piena visuale della strada ma le occasioni sono pochissime.
Arrivato al fondovalle faccio tappa a Sant'Agata De Goti, splendido borgo medioevale, e poi trotterello verso San Leucio, l’antica Ferdinandea.
E’ un tuffo nel 700.
Salgo fino al Belvedere.
Il Belvedere e l’edificio prospiciente sono in uno stato di deplorevole e colpevole abbandono.
Continua a 150 anni dall’unità di Italia l’operazione di sistematica cancellazione della memoria del Sud ricco e colto.
Si perpetua, per dirla con Pino Aprile, la strategia tendente alla affermazione della “minorità” del sud.
Eppure, cito: … La cittadina era una sorta di moderna repubblica che si fondava su tre principi, scritti in un apposito codice di leggi, a cui gli abitanti dovevano attenersi: la buona fede come virtù sociale, il merito come spinta al lavoro e l’educazione alla base della collaborazione tra gli individui.
Nella successione non c’era più nessuna differenza tra maschi e femmine, tutti avevano gli stessi diritti ed ereditavano beni in eguale misura.
Le mogli non erano tenute a portare la dote perché lo Stato provvedeva a fornire la casa arredata e quello che poteva servire agli sposi.
Ogni manifatturiere poi, cioè ogni dipendente delle manifatture della seta, era tenuto a versare una parte dei guadagni alla Cassa della Carità, istituita per gli invalidi, i vecchi e i malati.
Ci sarebbero voluti “eroi” come Garibaldi e Cavour per sostituire con le leggi egalitarie e libertarie dei debosciati re sabaudi tanta borbonica barbarie.
Comunque gli Ozii di Capua dal Belvedere sono uno spettacolo della natura con il Volturno che si snoda pigro e sontuoso sotto il Monte Rageto, dall’altra parte della valle.
Il rientro via autostrada è senza storia alla fine di una giornata piacevole anche se faticosa.
Ah, dimenticavo...passando per Capua mi sono fermato ad acquistare un po' di mozzarelle di bufala.
A mio avviso quelle de "La Baronia" sono tra le migliori in assoluto.
Credo proprio che quella di stasera sarà una ottima cena.